Marco è un assassino ma voleva solo vedere il mare.
Questa sarà la fine della storia ma iniziamo per gradi perché non è sempre importante la fine quando il susseguirsi degli eventi. Perchè i finali delle storie possono quasi sempre assomigliarsi. E’ la solitudine personale che non assomiglia mai a quella di qualcun’altro.
Marco nasce 50 anni fa in una famiglia perbene ma soprattutto perbenista, devota all’apparenza più che ai contenuti, convinta che la facciata dia agli uomini una reputazione solida e duratura.
Mario, il padre di Marco è un infaticabile lavoratore, la madre Clara, figlia di aristocratici della città bene, continua a vivere nell’idea di una aristocrazia che non esiste più malgrado la loro villa, in chiesa con l’abito buono la domenica e pesci, gamberoni e aragoste tutti i giorni santi.
Marco nasce 50 anni fa in un epoca dove la ginecologia moderna sta appena sbocciando e dove gli errori umani probabilmente sono molto più frequenti di adesso. Sarà proprio per colpa di un errore umano che Marco umanamente ne commetterà tanti di più nel suo futuro.
Al momento del parto la ginecologa usando il forcipe, preme un po’ troppo vigorosamente sulla testa del piccolino creandoli delle permanenti lesioni neurologiche che si riscontreranno da subito.
E’ il loro primogenito e distrutti dal dolore i due coniugi lo portano nei centri più importanti d’Europa per trovare una soluzione, un rimedio, una medicina, uno stregone o qualsiasi cosa possa permettere al loro piccolo di avere una vita “normale“.
Purtroppo la Medicina non trova soluzione, i più importanti professori non riescono a dare nessuna nuova speranza ai due giovani coniugi. Gli dicono che il danno è irreversibile, che sarebbe potuto anche andare peggio, magari morire e che se saranno in grado di amare questo figlio, in quelle condizioni lo dovranno fare, cercando di dargli una vita più normale possibile per quanto difficile possa essere.
Ma come spesso accade, in un mondo variabile e variegato, questa “normalità” non è facile da decifrare e intendere.
Passano degli anni e la soluzione non si trova.
Mario e Clara decidono di mettere al mondo altri figli, cinque per la precisione. Qualcuno malignamente potrà sostenere che la ricerca di così tanta progenie sia attribuibile alla necessità di colmare un vuoto o solo di mostrare al mondo intero la loro estraneità riguardo i difetti del figlio e la normalità del proprio bagaglio genetico. Potrebbero dirlo ma così non è, Mario e Clara quei figli li sognavano da sempre.
Il tempo trascorre e Marco e i suoi cinque fratelli crescono sereni nei giardini della tenuta di famiglia, una distesa verde ricca di prati e alberi maestosi, rigagnoli e fontane.
Marco però è “diverso” e soffre spesso di attacchi epilettici causati dalla sua “malattia“.
I fratelli lo sanno ormai e puntualmente riconoscono i sintomi prima di un attacco. Lo sorreggono prima che stramazzi al suolo, lo consolano e lo tranquillizzano poi, come se nulla fosse accaduto, Marco si rialza dall’improvviso torpore e riprende a correre.
Ma l’epilessia non è l’unico problema di Marco. Lui è tremendamente forte, un braccio di pietra e una presa d’acciaio.
I suoi problemi iniziano con la scuola.
I genitori tanto hanno fatto per proteggerlo, per non esporlo troppo al mondo, un mondo crudele, uscito da meno di vent’anni dalle terribili guerre che mandavano ebrei, omosessuali e handicappati alle camere a gas.
Ma è sempre il solito problema, protezione o paura di mostrarlo?
Insomma, Marco va a scuola e come spesso accade, qualche suo compagno all’istituto scolastico ha provato a sfotterlo per il suo aspetto leggermente “diverso” e per la sua parlata strana ma è durato poco perché Marco lo ha colpito violentemente lasciando il malcapitato a terra indolenzito.
Dalla scuola più volte hanno chiamato i genitori per cercare di riportare il figlio all’ordine a seguito di quei violenti litigi. Mario e Clara inutilmente hanno cercato di spiegare che Marco, il loro figliolo, è un ragazzo buono che non farebbe male ad una mosca e che se l’ha fatto molto probabilmente è accaduto sotto provocazione.
Il preside però non ha voluto sentire ragioni, quel figlio “diverso” va tenuto a freno, deve sapersi controllare. Se non sono capaci di sedarlo tanto vale tenerlo rinchiuso in casa tanto lui, non ha bisogno di studiare perché lui una vita “normale” non l’avrà mai perché non gli serve!
Il tempo continua a trascorrere e chissà per quale motivo, forse per le parole del preside, forse per la paura di questo mondo violento e irrispettoso, Mario e Clara iniziano a chiudere le porte di quel cancello posto così lontano dalla villa.
Marco comunque continua i suoi studi, prende la licenza media.
I fratelli negli anni lo hanno sempre appoggiato e protetto, hanno subito le angherie “riservate” al fratello pur sempre evitando lo scontro fisico.
Ora Marco ha finito, quel titolo di studio lo chiude in un cassetto come la sua vita si chiude dietro quelle alte mura. La sua vita scolastica è arrivata al capolinea. Mentre il tempo nel mondo continua a scorrere, nella camera di Marco improvvisamente si ferma…
I fratelli continuano a studiare, sono più piccoli e ancora mancano anni alla fine della scuola superiore.
Continuano ad entrare ed uscire di casa lasciando Marco sempre più abbandonato a se stesso. Solo.
Loro parlano di amici, compagni, di ragazze e di ragazzi.
Lui parla di alberi e di foglie caduche.
I suoi fratelli continuano a crescere, iniziano i primi amori, l’adolescenza delle sorelle e cambiano i discorsi. Si parla di amore, di fidanzamenti.
Marco parla di mamma e papà, del cortile della tenuta, di conigli e di foglie caduche.
Gli anni continuano a trascorrere, inesorabili come sempre. Tremendamente lunghi per Marco.
Lui ormai più che ventenne è attaccatissimo alla madre e per la madre farebbe ogni cosa.
Ora, qualche parola dovremmo spenderla per la madre perché vale la pena interrogarsi sul personaggio.
La madre, Clara, è una donna forte e di un carattere particolarmente brutale e violento.
Ha cresciuto i figli, e continua a farlo malgrado l’età oramai non più giovanissima, con uno spirito particolarmente autoritario.
Per ogni disubbidienza dei ragazzi, la pena è la devastazione di un gioco o di un qualsiasi bene caro.
Marianna, la “primogenita” è quella che le violenze educative della madre le ha subite più di qualsiasi altra persona e più le subiva più si legava a lei. Una specie di sindrome di Stoccolma a livello domestico, dove il carnefice viene persino giustificato dalla vittima: “Lo faceva per il nostro bene” sosterrà ripetutamente davanti al giudice “il rigore è importante per la solidità morale di una persona”
Marianna è anche quella che tuttavia più di tutti ha combattuto con la madre. Innamoratasi di un ufficiale della Guardia di Finanza, si troverà di li a poco a scontrarsi violentemente contro la madre che non può e non vuole sentir ragioni. Per lei, Marianna, il futuro è già segnato, dovrà sposarsi che il figlio del notaio più importante del paese. Ne va della rispettabilità e del lustro della sua famiglia.
Mario, il padre di Marianna invece è un uomo diverso. Un uomo mite. Lui che ha visto la guerra in una delle sue forme peggiori, cerca sempre di smorzare i toni, cerca la pace domestica, il silenzio e la tranquillità.
Ha comunque sposato Clara e su molti principi non è ben diverso da lei. La vergogna, l’onore, la rispettabilità e l’immagine della persona e della famiglia sono valori imprescindibili…
[continua]


In una valle non molto lontana da dove stai tu, circondata da piccole colline, sorgeva un tempo molto remoto e oramai dimenticato dalla memoria di chi oggi abita nelle immediate vicinanze, un piccolo villaggio di minatori. La valle era incantevole; interamente ricoperta di boschi e di piccoli torrenti che in alcuni punti creavano delle brevi cascate prima di percorrere il lungo cammino verso il mare a tantissimi passi di distanza. La natura su quelle colline non risparmiava sorprese. Cervi, lupi, scoiattoli, lepri tantissime altre specie animali dimoravano tra quelle foreste. Un’oasi incantevole si mostrava agli occhi di chiunque in quel periodo, fosse passato casualmente per quelle lande. Ahimè però, nel corso degli anni quelle splendide colline che circondavano il borgo erano state lentamente disboscate. La legna di quegli alberi era servita a costruire le case, accendere le braci, costruire utensili, realizzare scarpe e via via ogni oggetto che alloggiava comunemente dentro quelle case. Le colline dunque si erano lentamente spogliate lasciando a nudo la terra viva. Le creature dei boschi erano lentamente diminuite a causa della caccia dell’uomo e dei pochi spazi che lentamente diminuivano per lasciare spazio alla polvere. La terra poi era stata scavata fino alle profondità più remote per estrarre piccole quantità di oro, argento, rame e carbone. Lo spettacolo che si mostrava agli occhi dei primi abitanti era stato lentamente cambiato fino a creare un panorama desolato a chiunque fosse passato nuovamente per quelle valli tanti e tanti anni dopo. E pian piano anche la gente era cambiata assieme al paesaggio. L’allegria e la voglia di vivere, le feste e quell’aria felice che si respirava in origine aveva lasciato spazio alla tristezza e al malcontento comune. La fame poi era cresciuta a dismisura e nessuno si fidava più di nessuno. La gente del borgo si portava le galline dentro casa per paura che venissero rubate. La notte del solstizio di primavera, un grosso carro trainato da un asino scendeva lentamente dalle colline. Gli abitanti del villaggio dormivano profondamente e nessuno ebbe modo di accorgersi di quella strana ombra che arrancava lungo la mulattiera. Ci vollero molte ore perchè quel carro riuscisse ad arrivare fino al fondo valle. Era un vecchio carro chiuso. Qua e la delle assi fissate alla benemeglio tentavano vanamente di chiudere gli spifferi più grandi. Le due ruote posteriori, completamente diverse come dimensione l’una dall’altra e soprattutto non perfettamente rotonde, facevano oscillare il carro come un’imbarcazione in mezzo ad una tempesta. Divertentissimo da vedere, forse un pò meno divertente per chi vi ci alloggiava nel suo interno. Seduto alle redini un anziano signore vestito con una lunga tunica rattoppata con delle pezze cucite qua e la proprio come il suo carro. Il cappuccio copriva quasi completamente il suo volto tuttavia, si riuscivano a scorgere i lineamenti magri ed una leggera peluria grigia nella zona della barba. Le folte e lunghe basette che scendevano lungo gli zigomi gli davano un senso di importanza poco comune in quella vallata. Nella zona chiusa un leggero chiarore emergeva da uno spiraglio nelle assi. La luce fiocca lasciava intendere la presenza di persone all’interno. Si fece presto l’alba e non pochi in quella valle sanno quanto sia presto l’alba quando si ha da lavorare in miniera. A differenza di tutti gli altri giorni, quella mattina, sulla vetta di un piccolo promontorio che si ergeva leggerissimo fuori dalla periferia del borgo, quella mattina, faceva bella mostra di se una piccola casa. Una casa uguale a tante altre case se non fosse stato per quel filo di fumo verde che si alzava diritto verso il cielo. Tutto attorno una decina di alberi si ergevano imponenti rispetto alla desolante vegetazione che restava tutto attorno. – Che diavolo accade – qualcuno gridava, qualcun altro lo bisbigliava uscendo di casa per andare a guadagnare un tozzo di pane – Sogno o son svelto – pensava qualcun altro. Altri passavano di corsa facendosi un leggero segno della croce, qualcun altro si rintanava nuovamente dentro casa chiudendo le imposte per la paura. Una piccola folla di curiosi e impavidi si era radunata innanzi alla casa sorta dalla notte al giorno. Qualcuno con forconi, altri con roncole. Comari di mezz’età s’erano armate di mattarelli o di mestoli. Qualcun’altro ancora si era portato appresso solamente effigi votive per paura che all’interno vi dimorassero degli spiriti malvagi. Passò qualche ora prima che qualcuno o qualcosa desse segni di vita dall’interno. Gli uomini e le donne del villaggio avevano dimenticato il lavoro che gli attendeva e pervasi dal senso di novità che quella nuova casa aveva portato nelle loro vite, un pò impauriti e un pò carichi di brutte intenzioni assediavano, a distanza comunque ragionevole per prendere la via in caso di mala parata, la piccola spelonca. Poi quando nessuno più ci sperava, quando ormai sui loro volti si poteva leggere la delusione di una giornata diversa persa, la porta leggermente si socchiuse e un odore meraviglioso investì la piccola folla di curiosi. – Salve brava gente – disse l’ombra che restava nascosta dalla porta. Era una voce di donna. Una donna di mezza età probabilmente. Rimaneva nella penombra della porta ad osservare la piccola folla assiepata fuori di casa sua. La gente non rispose. Un brusio percorse la folla poi, un uomo si fece ambasciatore di quella folla. L’uomo con una roncola in mano, come fosse stata la cosa più comune in quelle terre il passeggiare e il dare il benvenuto ai nuovi venuti con attrezzi non certo amichevoli per l’uso che se ne potrebbe fare, fece due o tre passo oltre la piccola folla e stringendo più forte, forse per paura inconscia l’elsa della roncola gli rivolse il suo benvenuto. – Buondì buona signora – disse l’uomo – siamo qui per darvi il benvenuto – In realtà le ragioni della loro presenza fuori dall’uscio di casa erano molteplici e nessuna certamente era per dare loro il saluto di benvenuti. – Me ne rallegro – disse la donna – vedo che avete con voi un sacco di arnesi, brava gente siete. Alzarvi di buona lena la mattina per andare a lavorare. Suvvia buon uomo con quella roncola potrebbe tagliarmi un poco di legna che il braciere comincia a soffrire per la poca legna. – L’uomo un pò disorientato rispose – Certamente signora, io sono Marco signora e questa è gente di Padìr. Siamo lieti di avervi con noi. Questo è un paese molto povero. Viviamo con poco ma siamo sicuri che sapremo convivere in armonia – - Mi chiamo Rivela – disse l’anziana donna – Mio marito Rigo è nell’altra stanza che riposa, abbiamo trascorso una lunga notte. Sto preparando una minestra a base di erbe selvatiche gradirei ne assaggiaste un pò. Per cominciare una giornata di lavoro nelle miniere è certamente un toccasana. – Un ulteriore brusio camminò tra la folla. – No grazie – rispose l’uomo e probabilmente era quello il pensiero comunque giachè la piccola folle, osservando il piccolo rivolo di fumo verde che si ergeva verso il cielo, girò i tacchi e con la stessa curiosità e preoccupazione dell’andata, andò via. Nessuno ebbe coraggio di chiedere alla donna i motivi della loro venuta. Nessuno ebbe il coraggio di chiedere come avevano fatto a costruire quella casa in una sola notte e soprattutto, gli alberi che sorgevano attorno alla loro spelonca come erano arrivati in quella terra arida e priva di vegetazione. Nessuno ne ebbe il coraggio ma la voce che si diffuse velocemente di villano in villano era che certamente dovevano essere due potentissimi stregoni venuti da molto lontano. Probabilmente rinnegati dalla loro terra vagano alla ricerca di un posto tranquillo dove poter dimorare. Sono due demoni diceva qualcuno, sono degli stregoni qualcun’ altro, sono dei fuggiaschi qualcun altro ancora e solo qualche voce fuori dal coro asseriva di non vedere nulla di strano in due anziani che chissà per quali ragioni il signore dio non stava certo a spiegare loro, si erano spostati dalla loro terra fino ai confini del loro povero villaggio. I giorni passavano e bene sappiamo che le stanchezze del giorno cancellano le preoccupazioni la notte cosicché, anche la presenza dei due anziani cominciò a passare inosservata malgrado tutte le voci. Certo è che il loro arrivo era coinciso con strani avvenimenti. Non pochi asserivano di aver sentito voci sottili e molto acute provenire dalle immediate prossimità del proprio uscio di casa ma al momento di controllare nulla e nessuno stava fuori. Qualcun altro raccontava di aver visto delle luci provenire dal recinto del bestiame ma seguendo il lumino nell’oscurità non aveva trovato che bestie, le stesse che allevavano. Più interessanti tuttavia erano le voci che raccontavano di aver trovato qualche capo di bestiame guarito proprio a seguito di quei lumini o chi raccontava inoltre di aver trovato due soldi fuori dalla porta di casa proprio in seguito alle vocine. Ancora più strano era quanto stava accadendo attorno alla casa sulla collinetta. La dove negli anni c’era terra nuda e arida a perdita d’occhio, ora sorgeva un boschetto la cui estensione continuava a crescere ogni giorno che passava. Quelle che oggi erano piccole pianticelle la mattina erano diventate grandissimi abeti e così ogni giorno. Il tempo passava e i fatti prodigiosi continuavano. E proseguivano anche le voci, i racconti, gli accadimenti straordinari. La vallata era diventata nuovamente un immenso e lussureggiante bosco. – Passami ancora un pò di argilla – bisbigliava dolcemente Rigo a sua moglie. – Tieni – diceva lei porgendogli un pezzetto di argilla – cosa abbiamo oggi? – - Direi che ci servirebbe un giovane Pixies per aiutare gli altri nella cura dei nuovi abeti – rispondeva lui mentre proseguiva con delicatezza a modellare e sagomare la nuova creatura che lentamente e con molta precisione nasceva dalle mani dell’uomo. – Bene – sentenziava ogni qual volta aveva finito – prendilo e mettilo sul fuoco – Rivela, delicatamente prendeva la creatura con delicatezza, qualsiasi essa fosse, elfo o troll, nano o goblin, lo riponeva nel pentolone sul fuoco. All’interno, assieme alla nuova creatura, riponeva delle erbe o dei frutti, chiudeva il tutto con un grosso tappo fatto di tufo sul quale era stato fatto un forellino per lasciare uscire il vapore e poi lasciava che il tutto si cuocesse perfettamente. Passate le ore necessarie, la donna, con movimenti ormai precisi, tirava fuori la piccola creatura fatta di argilla cotta e la passava nelle possenti mani del marito il quale quasi sempre ustionandosi le palme delle mani lo lasciava scivolare in all’interno di un altro calderone pieno d’acqua fredda e li scompariva per qualche giorno. Dopo di che, il procedimento si ripeteva. Qualche giorno era Rivela che decideva la necessità di far nascere nuove creature, qualche altro era Rigo, sempre di pari passo con le reali necessità della comunità nella quale vivevano. Una mattina Rivela era andata alla fonte più vicina per riempire il calderone di acqua fresca. Le comari del villaggio stavano alla fonte a lavare i panni come il costume di allora imponeva. La sua presenza metteva sempre un po’ di soggezione nelle donne del borgo che difficilmente erano riuscite ad accettare la presenza inquietante dei due nuovi abitanti soprattutto ora che le voci sulla stregoneria si facevano più insistenti dopo i racconti fatti da altri abitanti di villaggi vicini che giuravano di aver visto fare cose che solo il maligno poteva fare. – dove vanno loro vanno le loro temibili creature – dicevano le voci dei villaggi vicini – Un mio compaesano è stato aggredito da dei folletti mentre si recava nel bosco a fare legna – La donna percorreva lentamente la leggera salita che portava alla fonte. Con se un grosso calderone pieno d’acqua. L’andatura era incerta. Un poco a causa dell’età di Rivela e un po’ per colpa del pesante calderone. I continui e leggeri sbandamenti dell’anziana donna lasciavano traboccare l’acqua che stava posta all’interno del pentolone. Dove cadeva qualche goccia si creava subito una pozzanghera grossa come se si fosse rovesciato il contenuto di una botticella di vino. Passo dopo passo Rivela arrivo alla fonte sotto gli occhi attoniti delle comari che distratte dalla singolare situazione avevano smesso di spettegolare. Era una bellissima giornata d’estate. Il sole picchiava forte e i grilli tutto attorno alla fonte suonavano uno splendido concerto. – Buongiorno signore – salutò Rivela leggermente affannata. – Buongiorno – fu il saluto quasi mormorato delle donne del villaggio. – è una bella giornata per lavare panni – disse la donna ma nessuna rispose. – Mio marito dice che lei e suo marito siete degli stregoni, usate il potere del maligno e che attorno alla vostra casa circolano degli essere oscuri – disse la più insolente delle donne – Rivela guardò la donna con l’aria di chi pensa poi senza rispondere prese il pentolone che aveva portato con se e lo riempì d’acqua. – cosa c’è in quel pentolone? Perché l’ha portato fin qua su pieno d’acqua per riempirlo d’acqua – chiese ancora la comare tra la paura generale delle presenti che temevano, visti i discorsi fatti sul potere potentissimo dei due stregoni che Rivela si potesse indispettire e trasformarle tutte in serpi o qualcosa di disgustoso. Rivela era una donna piccola di statura e leggermente incurvata. Indossava sempre indumenti diversi dalle usanze del borgo. Anche questo era un motivo di critica nei confronti dei due coniugi. – Non rispettano le nostre usanze – sbottava qualcuno. – è un’onta per noi e per le nostre tradizioni – gridava l’altro. Ma come nella storia del vecchio, del bimbo e del mulo si sa nessuno è mai contento di ciò che fai. – Allora comara – disse con tono minaccioso la donna che ormai aveva deciso di diventare la voce del borgo – Cosa hai da dire in tua discolpa – Rivela sollevò il pesante pentolone e nel sollevarlo qualche goccia tracimò creando una grande pozza d’acqua che bagno i piedi di tutte le donne. – è incredibile, non ci si rende mai conto veramente di quanta acqua possa contenere un pentolone fino a quando non si rovescia per terra e devi asciugare, buona giornata signore – e andò via tra la paura e lo stupore delle donne. Era passata l’estate e le giornate cominciavano ad accorciarsi. Rigo e Rivela continuavano a realizzare piccole e splendide creature. Il bosco era sempre più rigoglioso ed erano tornati anche i lupi, i cervi e tanti altri piccoli animali che tempo addietro erano scappati in cerca di posti migliori. Tutto proseguiva come sempre. Le piccole creature continuavano a dispensare aiuto e favori alla gente del borgo e curare i loro capi di bestiame. Curavano le piante che svettavano alte sul villaggio e si preoccupavano di piantarne di nuove ogni giorno. Ma la gente si sa non conosce la riconoscenza e soprattutto la bramosia rendono l’uomo ancor più stupido di quanto non lo sia comunemente. Sarebbe stato un inverno particolarmente rigido. Già dai primi mesi di ottobre la neve aveva cominciato a fare capolino. Per questo gli uomini del borgo, avevano cominciato un’intensiva attività di abbattimento degli alberi. Il piccolo popolo non era molto felice ma rendendosi conto del freddo che stava ormai alle porte cercava di non interferire. Tuttavia, una mattina un uomo scese dal bosco gridando come se avesse visto un fantasma. E di paura a ben vedere aveva ragione di averne. Le sue braccia si stavano lentamente trasformando in due ceppi di legno con tanto di ramoscelli e nuovi germogli. – Aiuto sto diventando un abete – gridava l’uomo – sono stati i demoni del bosco aiuto – continuava a strillare Tutte uscirono dalle case e si riversarono nella piazza grande dove l’uomo in preda al terrore mostrava a tutti quanto a poco a poco stava accadendo alle sue braccia. – Ancora qualche ora e ti trasformerai completamente in una pianta – sentenziò un anziano del paese notando qualche foglia che cominciava a spuntargli in mezzo ai capelli. L’uomo raccontò di essere andato nel bosco a fare un poco di legna per la notte. Disse poi che mentre tagliava qualche pianta vecchia e malata, un piccolo folletti gli si avvicinò con lo sguardo minaccioso e lanciandogli una maledizione sparì. Da quel momento il fattaccio. La gente del borgo pensò bene che quel pover uomo fosse un’altra vittima di quelle perfide creature che accompagnavano i due viandanti. Rivela uscì di casa e si avvicinò al povero sventurato mentre la folla si apriva al suo passaggio con il terrore che anche solo sfiorare la strega avrebbe reso loro dei ceppi di legno. – tieni buon uomo – disse Rivela versando un po’ d’acqua sulle radici che stavano cominciando a spuntare sulle gambe dell’uomo. – devi rispettare gli esseri del bosco – aggiunse – hai cercato di tagliare le piante più giovani per non faticare nel cercare quelle vecchie e malate e quando un elfo ha tolto da una sacca una moneta d’oro che ti voleva donare tu hai cercato di rubargli tutta la sacca facendolo andare su tutte le furie – – bugiarda, sei una strega e hai anche ammesso di conoscere le creature dei boschi – gridava l’uomo – andate via dal nostro villaggio – Rivela non diede molto peso a quelle parole e ripercorse la strada che la portava a casa sua in tutta fretta per andare ad aiutare suo marito che stava facendo nascere un giovane elfo della luce. Intanto nella piazza grande, l’uomo guarito grazie alla pozione della donna, fomentava uomini e donne contro i due stregoni e brandendo un forcone si diresse verso la loro casa. Una folla sempre più numerosa si accalcava innanzi alla porta della casa nel bosco, gridando minacce e insulti. Intanto Rigo e Rivela all’interno avevano terminato la loro creatura di argilla. Rivela aveva tirato il piccolo fuori dal calderone e lo aveva delicatamente adagiato nelle mani del vecchio stregone che ora si accingeva a lasciarlo scivolare giù nel calderone pieno d’acqua ma la porta era stata aperta violentemente dall’esterno e un drappello di uomini erano entrati per portare fuori i coniugi dalla casa. Il piccolo folletto cadde per terra e si ruppe, Rivela e Rigo gridavano di rabbia mentre gli uomini li legavano e li caricavano sul carro che li aveva condotti fin la. – Via Via – gridava la folla mostrando loro fiaccole e forconi. – Mandiamo via i maligni – gridava qualcun altro. – Datemi almeno il piccolino e il calderone con l’acqua – chiese Rigo ad uno degli assalitori ma l’unica risposta fu una pacca sulla natica dell’asino che nel mentre era stato legato al barroccio. E l’asino si incamminò percorrendo la mulattiera che li riportava su verso i monti e verso una nuova destinazione. Intanto, la folla decise, presa da un momento di umano eroismo, di radere al suolo la dimora dei due stregoni che tanto benessere avevano portato in quella terra un tempo dimora di fame e tristezza. Distrussero tutto. Le donne portarono via tutti gli oggetti utili che trovarono dentro la casa. Diedero fuoco ai libri la cui unica colpa era quella di essere libri. In meno di un’ora la costruzione era stata distrutta e la gente orgogliosa e felice si portava via i trofei. La comare che aveva aggredito Rivela presso la fonte tempo addietro, aveva deciso di portarsi via quello strano calderone. L’aveva preso a doppia mano e piano piano lo portava verso casa con la fierezza dipinta inviso. Fu proprio in quel momento di orgoglio che la donna inciampò facendo rotolare per la discesa il pentolone che nella sua lunga corsa aveva lasciato uscire un’incredibile quantità d’acqua. La donna corse per recuperare il suo trofeo mentre l’acqua continuava ad uscire a fiumi. Il pentolone ormai rotto continuava a buttare fuori acqua e ad un certo punto cominciarono ad uscire pesci, alberi, foglie, una piccola imbarcazione. La valle fu presto inondata tra le grida della gente che scappava per non essere travolta dalla furia dell’acqua che ormai aveva preso il posto del borgo. Dopo qualche ora, il livello dell’acqua di fermò. Agli occhi dei villani, un immenso lago mentre qua e là cominciavano a venire a galla oggetti dal villaggio sommerso. Agli occhi dei villani ora appariva il lago Padìr. – Eppure lo aveva detto – disse la comare – è incredibile, non ci si rende mai conto veramente di quanta acqua possa contenere un pentolone fino a quando non si rovescia per terra e devi asciugare -






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